Il paracadutista che ha imparato a volare

A 19 anni Luca Bucchi è un giovane militare, è appena diventato paracadutista. Il sogno di una vita: volare e lanciarsi sono la sua passione. Ma purtroppo la gioia per il raggiungimento di un traguardo diventa presto la disperazione. La svolta, drammatica, della vita di Luca accade al mare, non durante il lancio da un aereo ma per un tuffo da uno scoglio. Il trauma spinale è gravissimo.

L’esistenza di un ventenne che dovrebbe azzannare la vita diventa all’improvviso un inferno. Un calvario lungo anni passati tra Italia e Germania dove segue le terapie di riabilitazione e l’assistenza psicologica migliori possibili. Al rientro in Italia lo attende la depressione, quasi inevitabile in una città come Roma che ancora oggi è un’intricata selva di ostacoli per un disabile. Si isola, rifiuta la realtà che lo vede paralizzato su una sedia a rotelle.

Ma Luca ha in sé la natura di chi ama creare, di chi ama realizzare progetti così come amava, un tempo, comporre i modellini dei suoi amati aerei. Comincia così a dipingere con la bocca. È un percorso difficile ma lo affronta con la stessa determinazione con cui aveva seguito il suo sogno di volare.

Diventa Maestro d’arte e crea opere complesse. L’abilità con cui riproduce forme sulla tela è eccezionale: tratto preciso, figure nette, eleganti che Luca organizza in composizioni surreali o metafisiche quasi a voler simboleggiare il superamento dei limiti imposti dalla realtà.

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L’antica passione per l’ingegneria mirabile dell’oggetto meccanico traspare in diverse opere, ma sempre filtrato dallo specchio distorcente dell’arte di Luca. In questa Ferrari gt berlinetta, il bolide non ha nulla della determinazione futurista, della fiducia incondizionata nella tecnologia tipica di chi spesso si trova ad ammirare automobili come questa. L’auto viene scomposta e ricomposta come riflessa da uno specchio rotto. Il dipinto è desaturato, la linea è perfetta, netta, precisa e decisa.

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Altra impressione regala la sua Harley Davidson Knucklehead. Il mezzo è rappresentato nella sua magnificenza ingegneristica. Luca indugia sull’eleganza della forme quasi sensuali di questa moto-totem. Lo sfondo però è cupo ma non possiamo pensare che abbia semplicemente la funzione di contraltare cromatico. Chissà perché, l’autore non spiega le sue opere. Difficile dire se sia pudore o gelosia.

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Il rosso cupo, pesante e opprimente dello sfondo su cui galleggia la Harley ritorna come chiave cromatica distintiva anche nelle opere metafisiche più complesse come Do ut des, dove si intuisce il peso del giudizio in questa contrapposizione tra la piuma e una sorta di arlecchino senza volto. La dimensione psicanalitica dell’opera è fin troppo evidente per essere l’unica chiave di lettura.

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Stesse atmosfere in Melius esse quam videri, l’occhio osserva attraverso la tela ma non vede altro che un pittore senza volto coperto dalla stessa vernice con cui sta dipingendo. Avrà inteso, Luca, che il giudizio degli altri non può penetrare la stessa nostra natura? Che ognuno di noi crea un’immagine fallace di se stesso? Per saperlo dovremmo chiederlo all’artista stesso ma avremmo ben poche speranze di ottenere una risposta. Come lui stesso ama dire: “Spesso mi auguro che coloro che osservano i miei dipinti non li ‘leggano’, cioè non capiscano il loro significato, così quel mio mondo rimane mio e se vi chiedete il perché allora dipingo tali soggetti, beh rispondo: perché è una forma di psicanalisi!”.